Correspondances
Words by Antonio Soldi
Accade di provare imbarazzata curiosità rispetto alle partizioni della disciplina storicoartistica, dove, in ambito universitario, con la precaria formula di “Arte Moderna” si fa riferimento a personalità lontane tra loro, che hanno solcato circa quattro secoli di Storia. Ecco, quindi, che uno scultore del Quattrocento è un artista moderno così come lo è un pittore del Seicento; ecco che Donatello appartiene alla stessa categoria di Caravaggio. Anche con la distinzione di “Arte Contemporanea” i problemi non cessano, ed è naturale chiedersi come possa dirsi contemporaneo un artista dei primi anni del Novecento, il riflesso di un mondo lontano, tanto diverso dal nostro da essere distante ben oltre gli anni che da esso ci separano. Per tacere poi del fattore geografico del tempo.
Vivere nel 2022 in una moderna metropoli occidentale non è come vivere, nello stesso anno, in un remoto angolo della Siberia: a luoghi differenti corrisponde una Storia diversa. Tuttavia, a parte l’utilità di certe arbitrarie classificazioni, riconosciamo all’Arte il potere di trascendere i limiti dello spazio e del tempo. Del resto, che l’arte “non abbia tempo” è ormai luogo comune.
Questa condizione può indurre a stabilire percorsi imprevisti nel labirintico universo dell’espressione artistica. È allora che ogni distinzione storiografica decade, permettendo allo spirito dell’arte movimento oltre gli ostacoli del tempo e dello spazio. Così, un dipinto di più di seicento anni fa può condividere il medesimo linguaggio di un’opera contemporanea. Talvolta, di questo fenomeno ci pervengono misteriose tracce. George Didi-Huberman fu autore di un ingegnoso studio in cui espresse la tesi secondo la quale enigmatiche corrispondenze possono essere stabilite tra la sacralità della materia pittorica modellata da Mark Rothko (fig.1) e l’indeterminatezza di alcune porzioni degli affreschi di Beato Angelico (fig.2).


Francesco Arcangeli, invece, sosteneva che nei capolavori rinascimentali di Piero della Francesca il pittore aveva raggiunto risultati di astrazione vicini alla radicale ricerca portata avanti da Piet Mondrian. Vittorio Sgarbi ha messo in relazione la semplificazione delle pieghe della veste del Ritratto di Uomo (fig.3) di Antonello Da Messina con l’astrazione dei tagli (fig.4) di Lucio Fontana.

A questo punto occorre una distinzione: un conto sono le consapevoli rielaborazioni di produzioni di artisti del passato, un conto, invece, come nei casi sopra citati, sono le involontarie e automatiche affinità. Può essere stimolante cercare in molta arte contemporanea i segni di questa sostanziale differenza. Recentemente, alla mostra London Calling. British Contemporary Art Now, from David Hockney to Idris Khan – ospitata in Roma presso Palazzo Cipolla – ci era offerta l’opportunità di una simile indagine. Tra le opere esposte, anche il Sir Tratton Sykes (fig.5) di David Hocnkey, geniale ed inesausto sperimentatore.

Appare chiaro come il pittore abbia meditato la lezione di Van Gogh (fig.6), lucidamente riproposta nei termini di cromatismo e pennellata. Più indefinita è invece l’ipotesi che possiamo avanzare circa il collage fotografico di Hocnkey, A Bigger Scrabble Players (fig.7), anch’esso esposto: è troppo azzardato vedere il risultato di una reinterpretazione secolarizzata del topos della Cena in Emmaus (fig.8)?



La corrispondenza riguarderebbe qui il tema più che lo sviluppo artistico. Del resto, ogni tempo ha le sue rivelazioni: a quella timorata e mistica dell’identità divina di Cristo si contrappone la sorpresa di un incastro di lettere in un gioco da tavola. Infine, è possibile vedere un nesso tra Once more to this star (fig.9), opera di Idris Khan in mostra a Palazzo Cipolla, e certe Annunciazioni, come quella celebre di Simone Martini (fig.10)?


Lo stesso uso del linguaggio, della parola scritta investita da un potere magico e visuale, così come nella stella di Khan (fig.11), è associabile a quello che troviamo effuso dall’Arcangelo Gabriele nell’Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita del Martini; dove “AVE GRATIA PLENA DOMINUS TECUM” (fig.12 A e B) concorre, come accade con le parole di Khan, a costruire l’immagine. In quest’ultimo caso andrebbe escluso un meditato rimando da parte dell’artista contemporaneo. Ogni collegamento troverebbe appoggio negli ineffabili meccanismi propri dell’espressione artistica; gli stessi che, attraverso affascinanti corrispondenze, lasciano intravedere la fragilità di ogni distinzione tra un’Arte Antica, Moderna o Contemporanea.


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